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Crollo dei mercati finanziari: è ancora problema bancario

Il problema del crollo dei mercati finanziari non dipende dallo spettro delle urne o non in modo così forte, ma ancora una volta dalla fragilità delle banche.

La chiave di tutto è l’economia. Non è la politica come si vuole far credere per la caduta del mercato italiano. Non è lo spettro delle elezioni o dei mancati accordi, ma dei problemi economi sui quali prevale quello bancario.

E se crollano rovinosamente i mercati finanziari c’è poco da tirare in ballo le difficoltà politiche. O meglio, quest’ultime non possono rappresentare la giustificazione di tutto. Allo stesso tempo, i politici non possono farsi scudo della seduta di Borsa per raccontare la loro storia. Non c’è dubbio che alla tendenza al ribasso abbiano contribuito le preoccupazione di carattere politico. Ma non sono le ragioni dominanti. Non solo la causa.

In oltre due mesi di crisi politica italiana i mercati non hanno battuto ciglio. Anzi, a ben vedere l’indice di Borsa (il Ftse Mib) si è portato al di sopra dei 24mila punti. Ha toccato i massimi registrati nel lontano luglio 2015 e realizzato la migliore performance di periodo tra gli indici europei.
Significativo dunque che il calo di martedì 8 dell’indice di Borsa e il lieve innalzamento dello spread rispetto al bund tedesco (salito a quota 130) vengano improvvisamente interpretati come “la reazione dei mercati”. C’è il rischio che si torni alle urne a luglio o a ottobre, tanto più che le vendite – concentrate soprattutto sui titoli del settore bancario – hanno colpito pressoché tutte le Borse europee e non la sola Piazza Affari.

Un nuovo governo che sia forte e in grado anche di ristabilire la situazione di crisi delle banche. Stando alle ultime notizie, potrebbe essere proprio la nascita di un governo nuovo.  Essere in grado effettivamente di guidare l’Italia è la vera possibilità di ripresa per le banche italiane. Contrariamente a quanto dichiarato dal governatore della Banca di Italia Visco, le stesse non godono di buona salute.

Unicredit ha risposto a stretto giro, osservando che i regolamenti e le norme sono stati rispettati. L’intera vicenda è stata esaminata e riesaminata dalle autorità competenti e, in ogni caso, queste emissioni del 2008 già prevedono delle clausole di conversione in azioni ordinarie nel caso in cui ve ne fosse bisogno.
Ma la questione non è chiusa. La palla passa ora alle autorità europee che dovranno rispondere a Caius Capital anche per fugare il dubbio insinuato dall’articolo del Financial Times. Unicredit a parte, altre grandi banche europee non avrebbero calcolato correttamente i capitali propri da utilizzare in prima istanza per assorbire le perdite in caso di dissesto (Cet1 ratio).

Non è un caso, dunque, se a finire sotto pressione è stato l’intero settore bancario europeo.
In Italia è andata peggio: a subire le perdite più rilevanti sono stati ancora una volta i titoli delle ex Popolari come Banco Bpm, Ubi Banca, Bper (tra i ribassi peggiori della seduta). La stessa Unicredit ha ceduto oltre il 3%, chiaro segno che il nostro sistema bancario viene ancora percepito come strutturalmente fragile. Nonostante il gran parlare di smaltimento delle sofferenze che di questa fragilità rappresentano il nervo più scoperto, ma non certo l’unico.

La fragilità sistemica in un momento di impasse politica e, soprattutto, di desiderio di portare a casa i guadagni realizzati negli ultimi mesi, ha finito con il penalizzare anche chi ha dato ottima prova di sé. Esempio, Intesa Sanpaolo, che ha chiuso il primo trimestre con degli ottimi risultati (l’utile è cresciuto addirittura del 39% a 1,2 miliardi).

Redazione

A cura della redazione di Affari.News - magazine certificato di notizie economico-imprenditoriali

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